“Chiunque sia una cosa sola con quello che fa, sta costruendo la nuova terra, non resistere è la chiave per accedere al grande potere dell’Universo.”   Eckart Tolle

 

Anche in questo nuovo libro sento l’esigenza di approfondire un tema già trattato seppur brevemente nel Canto del Cuore (capitolo “Arrendetevi”), vi chiedo quindi di dedicare nuovamente la vostra attenzione a questo delicato e importante argomento, in quanto si tratta di un atteggiamento la cui sincera comprensione e conseguente accettazione, pur non essendo semplicissima da attuare, riveste un’importanza fondamentale al fine di trasformare la propria vita.

Già solo il termine in sé provoca in molti irritazione e resistenza (in quasi tutti per la verità), abituati come siamo a sentirci dire che dobbiamo resistere, lottare, non arrenderci mai, portare a casa la vittoria.

È dunque molto importante ritornarci e vi chiedo quindi di farlo insieme a me, perché personalmente ritengo la pratica dell’accettazione, insieme a quella della consapevolezza e della presenza mentale, le chiavi fondamentali per una vita libera, serena e veramente indipendente.

Non siamo davvero liberi, questa è la prima dolorosa verità e questo è il primo esercizio di accettazione che siamo chiamati a fare.

Nasciamo liberi ma un istante dopo entriamo in un “programma educativo” che ci porterà a non esserlo mai più.

Troppi e troppo forti sono infatti gli insegnamenti e i relativi condizionamenti appresi durante la nostra infanzia che ancora ci vincolano, ci guidano e in buona parte ci tormentano.

Coloro che si occupano di noi e della nostra educazione, soprattutto nei primi anni della nostra vita, pur facendo sicuramente del loro meglio (perlomeno nella quasi totalità dei casi), ci trasmettono infatti i “loro” valori e il “loro” modo di intendere la vita, e facendo ciò inevitabilmente ci trasmettono anche le loro paure, i loro condizionamenti e i loro limiti.

Questo fa sì che il nostro approccio con la vita segua uno schema già impostato da altri, persone che a loro volta subirono a suo tempo lo stesso tipo di condizionamento e così via, in una catena apparentemente senza fine.

Il modo con il quale giudichiamo ciò che accade, dandogli quindi un valore positivo o negativo, accettando o rifiutando, benedicendo o maledicendo, è tutt’altro che libero, è prevenuto, dettato e guidato dal nostro ingombrante passato al quale sempre, seppur inconsciamente, facciamo riferimento.

Le nostre reazioni non nascono mai spontaneamente dal momento presente, non rappresentano mai una sincera risposta e un libero approccio con quanto accade ma passano prima dalla nostra memoria, luogo nel quale attraverso velocissimi processi mentali cerchiamo qualcosa di riconducibile tra quanto appena accaduto il nostro passato e le emozioni allora registrate, e in base a tutto questo reagiamo, invece di agire.

Non viviamo quindi direttamente e spontaneamente quanto ci accade, ma lo interpretiamo, confrontandolo e collegandolo velocemente con quanto conservato nella nostra memoria.

Un processo terribile, l’antitesi della libertà interiore.

Ma una bella notizia c’è: da questo radicato processo mentale si può comunque venirne fuori.

Si può diventare liberi, si può iniziare “ad Agire e a non Reagire”, come scrivevo nel Canto del Cuore.

Per fare questo occorre innanzitutto imparare a percepire senza analizzare, osservare senza giudicare, tornare al modo di vivere così comune nella nostra infanzia dove eravamo capaci di vivere lunghi momenti senza che nessun pensiero interferisse, senza interpretare ogni cosa, senza subire pesanti strascichi dal passato o ansiose anticipazioni dal nostro (ipotetico) futuro.

Meno mente e più vita insomma, imparare ad “agire non agendo”, quello che in Oriente chiamano Wu Wei, l’arte di vivere del Tao. (nelle letture consigliate alla fine di questo libro, trovate l’ottimo di libro di Theo Fischer che ha proprio questo titolo e che sicuramente vi consiglio di leggere).

Bisogna imparare a fare tutto questo perché tendenzialmente non ne siamo capaci, non ci viene naturale, ma non possiamo sicuramente iniziare a farlo attraverso un semplice pensiero, perché significherebbe solo rimpiazzare un modello mentale con un altro modello mentale e non è questo ciò di cui abbiamo bisogno.

La priorità deve essere innanzitutto ridurre i nostri pensieri e non sostituirli con altri seppur migliori e positivi.

A tal riguardo infatti a chi mi chiede cosa penso del pensiero positivo, rispondo sempre che ovviamente è meglio coltivare il pensiero positivo che quello negativo, ma che la vera soluzione, la vera rivoluzione, la  si trova da un’altra parte e precisamente nel “non pensiero”, nel mettere “a dieta” la nostra mente sempre e decisamente in condizioni di sovrappeso.

Abbiamo bisogno di imparare a osservare gli eventi che la vita ci propone senza frapporre continue e insindacabili prese di posizione personali.

Abbiamo bisogno di imparare a lasciar andare, fiduciosi e senza paura.

Nel momento in cui tutto questo accade, una forza che alcuni chiamano Dio, alcuni chiamano Tao e altri semplicemente chiamano Universo o Energia cosmica, inizia ad apparire nella nostra vita e a guidarci armoniosamente.

Accettare questa “guida” non significa naturalmente smettere di pensare rinunciando al meccanismo a cui tanto siamo attaccati e con il quale ahimè tanto ci identifichiamo, ma vuol dire non “rimuginare”, non “congetturare” continuamente, che è cosa ben diversa dal semplice e comune pensare.

Significa ricorrere al pensiero quando dobbiamo prendere una decisione importante, oppure organizzare una vacanza, una cena con amici o valutare una nuova proposta di lavoro, ma una volta fatto tutto questo, tornare alla semplice “esperienza”, al vivere e non al continuo immaginare di vivere, al quale siamo purtroppo tanto legati e abituati.

“Accettare” insomma vuol dire non essere nervosi, impazienti, perché dovunque ti trovi sei già alla meta, pienamente con te stesso, senza attendere nulla perché nulla più ti manca.

Vuol dire non voler più “diventare” perché sei già tutto quello che ti serve, tutto ciò di cui hai realmente bisogno.

Accettare non vuol certo dire essere privo di desideri ma vuol dire averli senza esserne dipendente, senza esserne aggrappato come un naufrago lo è al proprio salvagente.

Vuol dire rallegrarsi di possedere senza però essere posseduto dall’oggetto del proprio rallegramento.

Vuol dire non “legarsi” a nulla perché legarsi è sinonimo di “non poter stare senza” e non poter stare senza non è vera libertà.

Amare e apprezzare persone o situazioni senza però farne mai una dipendenza, perché le dipendenze, legandoci in modo tossico a qualcosa o a qualcuno, non permettono di accettare nuove situazioni che non prevedono più la presenza di quell’oggetto o di quella persona alla radice della dipendenza stessa, limitando così la nostra libertà.

Esprimere le proprie opinioni con convinzione ma senza tentare di imporle a chi la pensa diversamente da noi e nello stesso modo, ascoltare le idee altrui con pienezza e attenzione ma senza mai farsele imporre.

Accettare i propri sentimenti e le proprie emozioni qualunque esse siano, perché la vita è gioia e dolori e lo sappiamo bene, ma poi non lo accettiamo.

È importante comprendere inoltre che il livello di accettazione del momento presente è direttamente proporzionale alla forza della decisione alla base del nostro cambiamento.

Più quest’ultima è forte e autentica e non solo un semplice proposito, più facile risulterà accettare ciò che la vita ci propone in ogni suo singolo frangente.

Inoltre, nulla è il contrario di qualcos’altro, ogni cosa ha un valore in sé, negativo o positivo che sia.

La pace non è il contrario della guerra, l’odio non è il contrario dell’amore, sono fenomeni o sentimenti del tutto indipendenti l’uno dall’altro, e solo accettandoli possono essere vissuti, compresi ed eventualmente trasformati.

Accettare diventa possibile se si possiede, o se si vuole acquisire, una solida filosofia di vita e pur senza volerla imporre agli altri, rimanere liberi di continuare ad approfondirla e a elaborarla, includendo e mai escludendo, identificandosi con il momento presente e non con quello che è stato né con quello che (forse) sarà o che vorremo che sia.

In estrema sintesi, non entrare mai in conflitto con la realtà, questa è l’accettazione che rende liberi.

Posso certamente decidere di agire per cambiarla la realtà se proprio non mi piace, ma entrare in conflitto con ciò che accade aumenterà solo il fardello da “sopportare”, e questo renderà assai più complicato il mio tentativo di cambiamento.

Accettare vuol dire non impiegare tutte le proprie energie per resistere al momento presente, ma decidere di utilizzarle in seguito per migliorare o cambiare completamente la causa della nostra sofferenza.

Le energie fisiche e mentali a nostra disposizione non sono illimitate, decidere come e dove spenderle è un altro passo assai importante che dobbiamo iniziare a intraprendere.

Immaginate di avere 100 energie da spendere, se 70 di queste le utilizzate per alimentare il conflitto con il momento presente, la vostra guerra interiore, ve ne restano solamente 30 per lavorare al suo miglioramento e va da sé che lo squilibrio di energie è tutto a sfavore di quest’ultimo (senza considerare che spesso lo squilibrio è 90-10 e non 70-30, presi come siamo a lamentarci di tutto ciò che avviene).

Accettare vuol dire anche non rimandare, perché posticipare è anch’esso indice di conflitto con il momento presente.

Quali sono infatti le attività che rimandiamo?

Sicuramente non quelle che ci piacciono o che da tempo desideravamo fare ma tutte quelle che non abbiamo invece alcuna voglia di fare, che non vorremmo dover fare e che quindi spostando avanti nel tempo, ci illudiamo non sarà più necessario fare.

Appare chiaro quindi come rimandare costituisca un atteggiamento non solo inutile e spesso anche dannoso, ma tipico di coloro che non hanno un buon rapporto con il loro presente.

Non dimentichiamoci inoltre che decidere di occuparsi di quel problema da sempre rimandato senza posticiparne ancora una volta la soluzione, toglie a quest’ultimo la possibilità di esercitare su di noi una continua pressione inconscia, e questo soprattutto per gli ansiosi (si veda ciò che scrivevo nel capitolo “Vincere l’ansia” de Il Canto del Cuore), è quanto di più auspicabile possa accadere.

Anche lasciare spazio ai propri sentimenti, qualunque essi siano, è una chiara e positiva manifestazione dell’accettazione di cui stiamo parlando.

Per proseguire verso la tanto desiderata libertà interiore, dobbiamo infatti senza alcun dubbio accettare anche quegli aspetti di noi stessi di cui faremmo volentieri a meno, aspetti dei quali a volte proviamo a negare l’esistenza persino dinanzi al nostro specchio.

Gelosia, lamentela, paura, giudizio, quanti di noi ammettono candidamente e magari pubblicamente di esserne gestiti o addirittura posseduti?

Molto pochi purtroppo, in quanto siamo tutti figli della società in cui viviamo la quale ci insegna a nascondere le proprie debolezze e a non manifestarle, meno che mai pubblicamente.

Ma non avere un sano e sincero rapporto con sé stessi, oltre che a rappresentare un chiaro sintomo di sofferenza interiore, è un evidente segnale che stiamo facendo un tentativo di sfuggire a ciò che è, provando ad allontanarci da una realtà che non soddisfa i nostri desideri. Tutto questo ha un nome preciso: non accettazione.

Lasciate invece spazio ai vostri sentimenti, anche a quelli meno piacevoli e desiderati, lasciate che si sviluppino liberamente dentro di voi limitandovi a osservarli senza contrastarli.

Nella misura in cui accettate pienamente ciò che siete e ciò che vi accade, la Vita a sua volta accetterà voi, fornendovi quelle risposte e quella buona fortuna che state da sempre ricercando e questo, aprirà un profondo sentiero di libertà e di pace interiore dal quale non uscirete mai più.

Stabilendo una profonda armonia tra la vostra singola esistenza e la vita universale, creerete altrettanta armonia anche in tutto il vostro percorso personale.

Inoltre come ulteriore effetto di questo cammino, entrerete finalmente in contatto con il vostro Io originale, il vostro essere autentico dal quale vi siete distaccati molto tempo fa e al quale dovete assolutamente ritornare per ritrovare pace e armonia.

Naturalmente l’accettazione riguarda anche le persone con le quali entriamo in relazione, di qualunque natura sia questa relazione, dal partner e dai familiari più stretti ai colleghi di lavoro agli gli amici e così via.

L’idea che abbiamo degli altri scaturisce non solo dalle loro azioni e dalle loro parole, ma anche da una costruzione della nostra mente, da una elaborazione dei nostri desideri e dal nostro modo di intendere la vita, ma gli altri sono gli altri e noi siamo noi, non dobbiamo mai dimenticarlo.

È indispensabile iniziare ad ascoltare e a osservare le persone che ci stanno di fronte senza pensieri accompagnatori e al netto dei nostri pregiudizi.

Solitamente affrontiamo gli altri già saturi dei nostri pregiudizi e delle nostre idee su come si debba essere e su come si debba vivere per stare al nostro fianco e  questo non avviene solo con gli estranei, ma avviene purtroppo anche con i nostri amici e familiari più stretti, atteggiamento che ovviamente limita sia la loro possibilità di esprimersi,  sia la nostra capacità di apprendere da loro.

Non sto affermando che sia indispensabile andare d’accordo con tutti o condividere le opinioni di chiunque, ci mancherebbe altro, vi sto solo chiedendo di iniziare (se proprio necessario) a criticare l’operato delle persone, le loro parole e le loro azioni ma non le persone in sé, la loro essenza, la loro natura di essere umani, la differenza è notevolissima.

È indispensabile imparare a distinguere tra la persona e la sua manifestazione esteriore.

Come scrivo nelle prime righe di questo capitolo, nessuno è veramente libero ma si comporta quasi esclusivamente in base al proprio vissuto e come conseguenza di ciò imposta e dirige, seppur inconsapevolmente, la propria vita.

Non è uno scarico di responsabilità, perché poi la vita di ognuno di noi, lavorandoci con impegno, può sempre cambiare, ma è comprendere che va giudicato, se proprio è indispensabile farlo, il peccato e non il peccatore, l’azione e non colui che la commette.

Eckart Tolle, a mio parere uno dei più grandi Maestri spirituali di sempre, scrive nel suo libro Un nuovo mondo: “quando confondete l’Ego che percepite nell’altro con la sua identità, a parlare è il vostro Ego che sta usando il suo errore di valutazione per rinsaldarsi, reagendo con una condanna e indignandosi con chi percepisce come un nemico.”

A maggior ragione, naturalmente, questo dovrebbe avvenire con le persone che amiamo o che sosteniamo di amare.

Dobbiamo imparare a vedere oltre a ciò che stanno facendo in quel preciso momento, a ricercare la loro vera essenza e a rivolgerci a questa, non alla rappresentazione di sé che ci stanno mostrando.

Lo so che non è semplice, ma questa è la strada, sta poi a ognuno di noi decidere se intraprenderla o meno.

Rispettare e soprattutto amare l’altro, vuol dire accettarlo per ciò che lui profondamente è, permettendogli di fare il suo percorso anche quando questo non si incrocia perfettamente con il nostro.

Ripeto, questo non vuole dire frequentare e apprezzare chiunque e qualunque cosa, si tratterebbe di buonismo finto e fine a sé stesso, ma vuol dire contrastare le idee che riteniamo essere errate e non la persona che le pronuncia.

Si tratta di una sottile ma fondamentale differenza, e sono i particolari che fanno la differenza.

Questo è Amore, stretto parente dell’accettazione di cui stiamo parlando, oltre che suo diretto discendente.

Amore che se privo di questi concetti diventa un’altra cosa, una cosa simile al dominio, al possesso o allo stare insieme per calmare la paura di rimanere soli.

Un’altra naturale conseguenza di una sana e profonda accettazione è che la separazione tra mondo interiore e mondo esteriore sparisce, cessano tutte le contraddizioni tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, finisce la logorante guerra con il momento presente.

Questo non significa smettere di migliorare sé stessi e la propria condizione di vita, ma vuol dire provare a farlo partendo da una condizione di pace e non di continuo e usurante conflitto.

Quindi accettare ciò che è, oltre a donarvi la pace di cui tanto sentite il bisogno, risparmia e rende utilizzabili tutte le vostre energie e non solo quelle rimaste, al miglioramento e al cambiamento di ciò che non vi piace. Non poco direi.

Qualche riga sopra scrivo che in seguito alla nostra resa, una forza misteriosa, ciò che io chiamo semplicemente Vita, si manifesta e ci accoglie armoniosamente.

Ebbene, questa immagine certamente poetica e per molti aspetti rassicurante, in realtà viene osteggiata dentro di noi da qualcuno che ci invita e anche con una certa forza, a non accoglierla.

Questo qualcuno naturalmente lo conosciamo bene da tempo, è colui che guida ogni nostra azione e ci conduce allo scontro perenne con tutti e tutto, è il nostro Ego, il quale certamente non gradisce né la pace né tanto meno la resa al momento presente, in quanto entrambe capaci di escluderlo completamente dalla gestione della  nostra vita.

“Vivere in armonia” vuole dire fondamentalmente un’unica cosa: vivere liberi dal proprio Ego, liberi da questa “entità” responsabile da sempre dei nostri pensieri e delle nostre azioni peggiori.

Naturale quindi che interiormente sorgano forti reazioni, una vera e propria ribellione volta a ostacolare la nostra rivoluzione interiore.

Non scordate che l’Ego è sempre contrario a ogni ipotesi di cambiamento, e rappresenta e desidera sempre il mantenimento dello status quo o la sua immediata restaurazione.

Sigmund Freud descriveva l’Ego come una vera e propria struttura organizzatrice, la parte razionale che controlla le pulsioni e le esigenze di una persona.

Ancora Eckart Tolle, ancora in Un nuovo mondo scrive a proposito dell’Ego: “voi volete la pace, ma vi è comunque qualcosa in voi che vuole il dramma, il conflitto…vi è qualcosa in voi che vuole avere ragione piuttosto che essere in pace… riconoscete l’Ego per quello che è, una disfunzione collettiva, la malattia della mente umana”,  e ancora: “l’Ego potrebbe definirsi come una relazione disfunzionale con il momento presente…la decisione di essere amico del momento presente dovete prenderla di continuo perché è la fine del vostro Ego, perché lui vive di passato e di futuro, vive di tempo”

Scrive Theo Fischer nel suo ottimo libro: “Nello stato dell’Illuminazione (o di piena accettazione aggiungo io) il pensiero, perlomeno nella sua forma precedente, cessa completamente. L’uomo conserva certamente ancora il patrimonio della sua memoria e dispone senza limitazioni delle sue capacità acquisite ma la sua vita quotidiana non viene più guidata dal pensiero ma unicamente dall’intuizione…con il pensiero cessa di esistere anche l’Io. Non appena gli viene sottratto il suo terreno fertile, il nostro Ego non può più dominarci.”

A questa condizione si arriva, tutti, non solo Theo Fischer, Thich Nhat Hanh o Eckart Tolle, ma tutti, compreso me e te. Certo non ci si arriva casualmente e senza sforzo, ma ci si arriva.

Come? Sostanzialmente accettando le sfide che la vita ci propone, utilizzandole come ulteriore e imperdibile possibilità di affrontare e cambiare sé stessi.

Questa è la grande differenza tra chi subisce e chi ha deciso di non farlo.

La sofferenza e le difficoltà possono essere maledette e rifiutate (vanamente) o accettate e utilizzate per cambiare sé stessi, questa è la scelta fondamentale che siamo chiamati a fare, tutto deriva da questo.

Un altro aspetto molto importante del processo di accettazione consiste nel rivolgere ciò anche verso sé stessi.

Dobbiamo capire e accettare profondamente ciò che siamo, smettendo di sentirci in dovere di mostrarci per ciò che invece dovremmo o vorremmo essere, sempre all’altezza di quell’immagine e delle “loro” aspettative.

Osservate voi stessi nella vostra vita quotidiana e osservate come i vostri comportamenti e le vostre reazioni a quanto accade non siano veramente le “vostre,  e quanto invece come abbiamo già visto, siano dettate dal vostro passato e dai vostri condizionamenti.

Ebbene anche questo va accettato, bisogna arrendersi all’evidenza di non essere ciò che vorremmo essere ma di riflettere ampiamente ciò che ci hanno trasmesso e in qualche modo costretti a essere, comprendendo così che molti nostri atteggiamenti sarebbero diversi se solo non continuassimo a mantenere vivi questi legami con il nostro passato.

Basta finzioni, arrendersi a ciò che davvero si è, è l’unica possibilità di poter diventare un’altra cosa, quella cosa per la quale siamo nati e dalla quale abbiamo cominciato ad allontanarci molto tempo fa.

La prima e senza alcun dubbio più importante forma di libertà riguarda il rapporto con noi stessi, e il primo passo da compiere è riconoscere che liberi purtroppo, non lo siamo mai stati.

Arrendersi a questa realtà è il primo e indispensabile passo per poterla migliorare.

Voglio terminare questo lungo ma fondamentale capitolo con un’altra citazione di Eckart Tolle che soprattutto sul tema dell’accettazione, considero (come avrete capito) veramente un grande Maestro.

“Arrendersi vuol dire esercitare una profonda accettazione di ciò che accade, aprirsi alla vita, e facendo ciò, la vita vi diviene amica, le circostanze e le persone iniziano ad aiutarvi, avvengono delle “strane” coincidenze.

Ogni volta che un abituale no alla vita diventa un si, ogni volta che permettete a questo momento di essere così com’è, dissolvete il tempo (dal quale deriva tutta la vostra sofferenza) ma anche l’Ego che per potere sopravvivere deve rendere passato e futuro più importanti del momento presente.”

Non resistere è la chiave per accedere al grande potere dell’Universo.”

Questo capitolo è tratto dal libro “Io ci sono” che puoi trovare QUI e in tutti gli altri Store online.